Sul disastro dell'aereo della Germanwings (Lufthansa)

La responsabilità dell’agghiacciante tragedia dell’Airbus della Germanwings schiantatosi sulle Alpi francesi giusto una settimana fa sembra ormai definitivamente attribuita al co-pilota Andreas Lubitz, il quale avrebbe deliberatamente causato il disastro poiché “depresso”.
Aldilà della sofferenza indicibile per le centocinquanta innocenti vite spezzate non per una fatalità naturale o un guasto tecnico, secondo me può essere utile provare a mettere in luce alcuni aspetti di quanto è successo.  

La riflessione più importante è questa: essere depressi non equivale a voler uccidere gli altri. Anzi, spesso il depresso non ha la forza di compiere alcuna azione volontaria. Si lascia vivere; non elabora un piano omicida. Egli si pone cioè generalmente in una posizione passiva, non attiva, nei confronti della vita e della realtà che lo circonda. Faccio queste affermazioni pur non essendo uno psicologo né uno psichiatra, ma sulla base dell’esperienza non solo di letture fatte, ma anche diretta di persone care.

In secondo luogo, sappiamo che Andreas Lubitz aveva in qualche modo tentato di nascondere questa sua condizione.
Dovremmo chiederci perché lo ha fatto. Secondo me la risposta è piuttosto evidente, ed è questa: molti sentono che la società in cui viviamo non ammette debolezze, se sei debole (in qualsiasi senso) sei fuori dai giochi.
Basta guardarsi intorno: dai volti instancabilmente sorridenti dei personaggi televisivi sempre in forma, al senso di efficienza che trasmette anche una realtà banale come un volo internazionale low-cost (impensabile fino a qualche anno fa), chi si sente meno forte di questi modelli tende a nascondersi, perché non vuol sentirsi o venire escluso dalla comunità degli altri, dei vincenti.

Se così fosse, come credo, non andrebbe sottovalutato questo corollario: l’aver individuato come causa della tragedia la “depressione” del pilota produrrà un’ulteriore demonizzazione della depressione. Insomma, alla già sentita equazione "depressione=pazzia", rischia di aggiungersi anche il "se sei depresso non ti posso far lavorare".
In questo quadro non mi sembra illogico pensare che chi si sente depresso (e magari non lo è neanche realmente) avrà ancora più interesse a nascondere la propria condizione di quanto non faccia adesso. La questione - secondo me - finirà col risolversi mediante l'introduzione di un obbligo per il lavoratore che abbia particolari responsabilità (ma quali? Il pilota di aereo sì e quello di autobus no?) di far certificare la propria salute "mentale": il che non credo sia augurabile, in quanto si tratterebbe di schedare le inclinazioni più personali e intime di moltissime persone: con buona pace della riservatezza di molti. E poi chi dovrebbe emettere questi certificati: la ASL?

Mi ha poi sorpreso, infine, una questione di metodo, ossia la facilità (anche se ovviamente connessa all’ansia tormentosa delle ore immediatamente successive all’evento, quando era difficile comprtendere cosa fosse successo) con la quale si è trovato nella depressione il capro espiatorio di questa tragedia.
Il meccanismo è noto dai tempi del Greci: per poter superare una tragedia così immane ognuno cerca inconsapevolmente di trovare qualcuno o qualcosa cui dare la colpa: in questo caso il capro espiatorio rischia però di essere non tanto il singolo responsabile, ma il suo stato, la sua “depressione”. Ma siamo davvero sicuri che sia andata proprio così? Voglio dire, in teoria avrebbe anche potuto esser depresso e non necessariamente scegliere di dirigere l’aereo in rotta di collisione verso le montagne. Mi pare quindi che l’attribuzione del fatto alla depressione non regge, neanche a livello teorico.
 
Ai miei occhi si è anche manifestata, a livello di organi di informazione, una chiara incapacità di approfondire il concetto stesso di “nesso causale”, che rappresenta invece davvero un elemento cruciale per comprendere non solo meccanismi di eventi eccezionali, ma anche alcune vicende della nostra vita di tutti i giorni. Ad esempio spesso ci capita di chiederci: perché quel mio conoscente non mi ha salutato? Perché mia moglie/marito/figlio/a mi ha detto una bugia? Oppure, ancora più banale: perché la mia squadra ieri ha perso? Colpa dell'allenatore, dei giocatori, solo della difesa o magari del presidente che non ha fatto una buona campagna acquisti?

Sono domande che spesso rivolgiamo non solo al comportamento di altri, ma anche nostro: perché non riesco a fare quella cosa? Perché quell’incarico cui tenevo tanto lo hanno dato a quel mio collega incapace, e non a me? Ho qualcosa che non va? Perché quel ragazzo/a si è innamorata di quella mia amica/o stupida/o, e non di me? Perché ho risposto in modo così aggressivo a quella persona? Gli esempi possibili sarebbero infiniti.

Sono tutte domande tratte dalla esperienza quotidiana, alle quali tendiamo a rispondere in mille modi diversi, ma sempre sulla base di un nesso causale, che il più delle volte è solo temporale ("non mi ha salutato perché ha saputo che l’altroieri avevo parlato male di lui”), ma che resta intrinsecamente nostro. In ognuno degli esempi che ho fatto immaginiamo una risposta, che ci acquieta o ci inquieta, a seconda di come ci sentiamo. Ma le risposte che ci diamo restano però spesso soltanto estrinsecazioni di quel che ribolle dentro di noi, senza che appartengano necessariamente alla realtà esterna.
Ecco, nel caso del disastro aereo non sapremo mai cosa è realmente successo in quella cabina chiusa. Un giallista potrebbe immaginare moltissime alternative. Sappiamo che Andreas Lubitz ha posto in essere una manovra volontaria, abbiamo anche la registrazione audio, è vero; ma essa ci testimonia solo di una realtà esteriore e frammentaria, non quello che può effettivamente averlo motivato a modificare la rotta dell'aereo. Attribuire la responsabilità alla sua depressione allora forse serve solo a salvarci, in un certo modo, dall’angoscia connessa al fatto che non potremo mai sapere cosa realmente ha fatto scattare quella scelta.

La critica del “nesso causale”, e (del grado) delle “certezze” che ne discenderebbero, costituisce un tema classico di tutta la filosofia. Una tra le più importanti venne elaborata dal filosofo scozzese David Hume (famoso il suo esempio delle palle di biliardo), il quale cercò per la prima volta di capire veramente come funziona la mente umana, aldilà dei dogmatismi religiosi o illuministici. Detto brevemente, il nesso tra un evento A e un suo precedente B secondo Hume non appartiene agli oggetti; siamo invece solo noi a costituirlo: i due eventi in sé restano oggettivamente separati.

A Hume rese onore persino il grande Kant, che confessò quanto le riflessioni dell'inglese lo avessero svegliato dal suo "sonno dogmatico", vale a dire una vita vissuta in automatico, con certezze mai messe in discussione, come talvolta capita anche a noi oggi, a secoli di distanza.

Un "sonno" in cui forse molti di noi vivono, senza rendersene conto.
Ma questa è un’altra storia.

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