In che senso "filosofia"

Come ho già notato, il rapporto tra filosofia e vita di tutti i giorni pare esser venuto meno.
 
Ciononostante, ancora oggi può capitare di fermarsi un attimo (tra la folla, nel caos, per strada o su un mezzo pubblico, o davanti a uno spettacolo naturale), di sospendere cioè momentaneamente il flusso delle attività o dei pensieri che ci occupano quotidianamente e di chiedersi, ad esempio: "ma chi sono veramente io? che cosa sto facendo? perché lo faccio? che senso ha tutto questo?".
Sembra che nessuno sia più disposto a offrire uno spazio di confronto su queste domande, che così restano il più delle volte non dette, o al massimo sussurrate in confidenza a un amico (che però anche lui spesso non sa che pesci prendere, come in questa striscia).
Una situazione piuttosto comune, che compare anche nella letteratura, nei serial televisivi e nella musica pop e rock, senza però, il più delle volte, superare uno schematico cliché. Nel campo della "filosofia", ecco come descrive questa stessa situazione Albert Camus nel 1942:
 
La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo ... questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il 'perché' e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. Comincia, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. (Il mito di Sisifo, p. 16)
 
Socrate (immagine archetipica usata già qui, nella sezione per iniziare) era in grado cogliere il senso delle incertezze e delle difficoltà dei suoi concittadini, accettando anzi stimolando il dialogo con chi volesse confrontarsi con essi. Egli dunque rappresenta il simbolo della filosofia e allo stesso tempo di un approccio pratico alla filosofia: dove l'aggettivo pratico non è sinonimo, come talvolta lo si intende oggi, di superficiale.
 
Oggi la filosofia è generalmente vissuta (da chi non se ne occupi per passione o professionalmente) come una disciplina chiusa su se stessa, che si interessa di astrusità prive di alcun collegamento con i problemi della vita quotidiana, con l'aggiunta di esprimerle con un linguaggio accessibile solo agli esperti.
Questa visione non è del tutto nuova: è famoso l'aneddoto, ripreso nel Teeteto di Platone (174a), della giovane serva proveniente dalla Tracia (una extracomunitaria, diremmo oggi) che deride il filosofo caduto in una buca perché troppo assorto nello studio del cielo: la servetta lo deride perché nel desiderio di conoscere i fenomeni celesti egli (Talete, il primo dei sette antichi saggi) si era lasciato sfuggire quanto gli stava non solo davanti agli occhi ma addirittura sotto i piedi.
A questa immagine così risalente nel tempo oggi però si aggiunge (anche a causa del diffuso paradigma strumentale/produttivistico, sul quale tornerò qui) il fatto che la filosofia è considerata, anche da persone non prive di qualche lettura, quasi come un vezzo dei tempi andati, qualcosa di improduttivo, di inutile, una perdita di tempo: insomma, "a che serve?".
Resta tuttavia un dato di fatto il grande successo che i libri divulgativi, i festival di filosofia, le vacanze filosofiche, gli incontri pubblici con qualche filosofo continuano ad avere.
 
Non basta: perché oggi questa rottura tra il piacere di ragionare sulle cose della vita, in una prospettiva anche più ampia dell'ormai diffuso approccio psicologico, e l'enorme patrimonio del millenario pensiero occidentale (del quale volenti o nolenti siamo il frutto) diventa quasi definitiva perché è la filosofia stessa a chiudersi al mondo esterno. Oggi è quasi impossibile, per un non addetto ai lavori, comprendere anche solo un dialogo tra filosofi (non dico un trattato): troppi termini tecnici, troppi sottintesi, troppi collegamenti mancano a chi voglia curiosare nei temi di chi ragiona per professione.
La mia impressione è tuttavia che si tratti soprattutto di una questione di linguaggio, sempre più specialistico e dunque chiuso al non esperto, ma non necessariamente di contenuti.
Certo, gli interessi dei filosofi per dir così professionisti sono spesso riguardano temi non immediati, perché ormai spesso si tratta di aggiungere qualcosa si nuovo a un tema sul quale si è sedimentata una imponente riflessione storica e teorica, che per un professionista sarebbe un grave errore ignorare.
In aggiunta, il tecnicismo del linguaggio è richiesto (in filosofia come in ogni disciplina) da un lato dalla necessità di individuare con chiarezza e precisione cosa si intenda dire con un concetto, dall'altro dal dover spiegare dettagliatamente attraverso quali passaggi logici si possa pervenire a quel concetto.
Vorrei fare un esempio: uno dei massimi filosofi del Novecento, Martin Heidegger, dedica parte della sua opera più importante (Essere e tempo, 1927), a quella che lui definisce una "analitica dell'esistenza", ossia un'analisi (dal punto di vista ovviamente filosofico) dell'esistenza umana. Cosa ci potrebbe essere di più vicino all'interesse dell'uomo comune? Eppure ecco come egli si esprime: leggete qui soprattutto l'ultima frase di un passaggio che traggo volutamente dalle prime pagine del testo:
 
L'Esserci non è soltanto un ente che si presenta fra gli altri enti. Onticamente, esso è caratterizzato piuttosto dal fatto che, per questo ente, nel suo essere, ne va di questo essere stesso. La costituzione d'essere dell'Esserci implica allora che l'Esserci, nel suo essere, abbia una relazione d'essere col proprio essere. (p. 24 della traduzione di Pietro Chiodi
 
Un linguaggio che risulta chiuso, se non addirittura respingente, per chi non abbia già digerito molta filosofia. Diretto, chiaro e persino (lo confesso) avvincente per chi invece si occupi di filosofia.

Forse il punto è allora che una cosa è il linguaggio filosofico o il "discorso sulla filosofia", altra cosa è la filosofia. Come spiega bene il già citato Pierre Hadot:

per capire meglio in quale maniera la filosofia antica potesse essere un modo di vivere, forse è necessario ricorrere alla distinzione che proponevano gli stoici fra il discorso sulla filosofia e la filosofia stessa (Diogene Laerzio, VII, 39). Secondo gli stoici, le parti della filosofia, ossia la fisica, l'etica e la logica, in realtà non erano parti della filosofia stessa, ma parti del discorso filosofico. Volevano dire che, quando si tratta d'insegnare la filosofia, si deve proporre una teoria della logica, una teoria della fisica, una teoria dell'etica. Le esigenze del discorso, insieme logiche e pedagogiche, obbligano a fare queste distinzioni. Ma la filosofia stessa, e cioè il modo di vivere filosofico, non è più una teoria divisa in parti, ma un atto unico che consiste nel vivere la logica, la fisica e l'etica. Allora non si fa più la teoria della logica, ossia del ben parlare e del ben pensare, ma si pensa e si parla bene, non si fa più la teoria del mondo fisico, ma si contempla il cosmo, non si fa più la teoria dell'azione morale, ma si agisce in maniera retta e giusta. (Esercizi spirituali e filosofia antica, p. 157 s.)

Per riprendere Achenbach, la consulenza filosofica invece

non si occupa di sistemi filosofici, non costruisce alcuna filosofia, non somministra alcuna opinione filosofica, ma mette il pensiero in movimento: filosofa. (La consulenza filosofica, p. 79)

Chiudo questo articolo forse troppo lungo proponendo una 'visione' davvero alternativa della filosofia: il famoso incontro di calcio mondiale (nel doppiaggio italiano, purtroppo non eccellente; qui l'originale) tra filosofi Germania-Grecia (arbitro Confucio, segnalinee Tommaso d'Aquino e Agostino d'Ippona), genialmente immaginato e realizzato dai Monty Python.

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