perché la consulenza filosofica, oggi

perché la consulenza filosofica, oggi Terry Richardson

Dopo aver tentato di chiarire qui in quale senso intendere il riferimento al termine "filosofia" quando si parla di consulenza filosofica o counseling filosofico, è possibile tentare di argomentare perché sia proprio questo tipo di approccio (e non quello dispensato da altre tipologie di "relazioni di aiuto") a poter fornire un supporto valido per chi si trovi in situazioni non patologiche di difficoltà esistenziali, quali ad esempio problemi etici, problemi di senso, difficoltà emotive, crisi esistenziali ecc.

Nell'opera La casa di psiche - da cui come già precisato ho tratto il nome di questo sito - Galimberti così pone la questione:

Nella casa di psiche ha preso dimora un ospite inquietante che chiede, con una radicalità finora sconosciuta, il senso dell'esistenza. Gli altri ospiti, che abitano già la casa, obiettano che la domanda è vecchia quanto il mondo, perché, dal giorno in cui sono nati, gli uomini hanno conosciuto il dolore, la miseria, la malattia, il disgusto, l'infelicità e persino il "disagio della civiltà" a cui prima le pratiche religiose, e poi quelle terapeutiche, con la psicoanalisi in prima fila, hanno tentato di porre rimedio.
L'ospite inquietante però insiste nel dire che nell'età della tecnica la domanda di senso è radicalmente diversa, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati.
All'interno di questi apparati, l'individuo soffre per l'"insensatezza" del suo lavoro, per il suo sentirsi "soltanto un mezzo" nell'"universo dei mezzi", senza che all'orizzonte appaia una finalità prossima o una finalità ultima in grado di conferire senso. (...) Di fronte a questa diagnosi, la psicoanalisi rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l'età della tecnica. (La casa di psiche, p. 9)

Galimberti anticipa in queste prime righe la tesi che andrà sviluppando nel suo libro: da un lato l'impotenza dell'approccio di tipo psicologico nei confronti delle domande di senso tipiche dell'epoca contemporanea, distinguendole da quelle analoghe delle epoche passate; dall'altro pone le premesse a favore della pratica filosofica quale unica strada rimasta aperta per un percorso utile nelle situazioni di insensatezza tipiche del nostro tempo.

Ed è molto importante ricordare che egli, oltre ad essere un filosofo, è anche uno psicoanalista, e dunque la sua tesi si fonda non sui libri o sul sentito dire, ma su un'esperienza diretta, di confronto con il lavoro di studio con le domande dei suoi clienti.

A prima vista potrebbe sembrare contraddittorio indicare quale soluzione per queste esigenze così attuali una pratica così antica. Chi abbia avuto la curiosità e il tempo di leggere questo precedente articolo non avrà questa difficoltà, avendo lì tentato di spiegare cosa si debba intendere per "filosofia" nell'ambito delle pratiche filosofiche*. 

Ma perché, insomma, proprio la filosofia (intesa nel senso richiamato) avrebbe la potenzialità di rispondere adeguatamente alle domande di senso dei nostri giorni? Cosa avrebbe la pratica filosofica di diverso rispetto ad altre relazioni di aiuto, magari più conosciute?
 
Le differenze sono ovviamente molte, ma provo a sintetizzare quelle che per me appaiono più rilevanti, che sono anche connesse tra loro.

Ho già segnalato qui come la pratica filosofica non sia una terapia: essa si pone aldilà della terapia, contestando il paradigma terapeutico stesso. Non è terapia perché da un lato non ritiene vi sia un "malato" da curare ma (come ho già notato) un individuo unico e irripetibile; dall'altro il counselor (o il consulente) filosofico affronta il problema che gli viene sottoposto dal consultante senza collocarlo nell'ambito di un profilo terapeutico prefissato: non classifica cioè il consultante in una figura tipica già conosciuta e per la quale sia già stato sperimentato il "rimedio", ma legge il bisogno che egli porta con sé dialogando con lui e la sua visione del mondo.

La particolarità essenziale che differenzia la pratica filosofica dalle "terapie di aiuto" (cosa che essa non è, ripeto) può dunque risultare questa: che nel dialogo filosofico con un consulente o un counselor

i due (o più) dialoganti hanno pari dignità razionale, e per questo anche umana ed etica. Non ha alcuna importanza che uno dei due sia più colto o più esperto nell'elaborazione concettuale e che l'altro si trovi in difficoltà personali anche piuttosto gravi o si aspetti dal primo delle risposte, che uno sia retribuito economicamente e l'altro, invece, debba pagare: entrambi sono esseri razionali con le loro idee, le loro esperienze, i loro sentimenti. Diversi, sì, ma pari grado capaci di argomentare, osservare, riflettere assieme collaborando. (...) Per riassumere in modo emblematico: entrambi hanno pari dignità di dialoganti. (...) In questo modo, un filosofo consulente, invece che investire di "cura" o "prendere in carico" il consultante, gli attribuisce, di fatto e senza esitazioni, la sua dignità di essere razionale e lo reinveste della propria responsabilità. Questo atteggiamento è da un lato il presupposto per poter realmente svolgere un dialogo e una ricerca di tipo filosofico, ma dall'altro ha anche una conseguenza molto rilevante: fa vivere al consultante una situazione ideale, nella quale egli, pur attraversando una situazione difficile, può lavorare alla pari del suo compagno e può recuperare fiducia in se stesso filosofando (Pollastri, Consulente filosofico cercasi, pag. 27 s., 34).

Vorrei concludere questo articolo citando ancora una volta Achenbach:

l'uomo è un essere complesso e non può limitarsi a vivere o esistere. Volente o nolente, deve prendere posizione sulla propria vita. Per questa ragione egli produce pensieri. Ma non è tutto: l'uomo è anche in grado di riflettere sui propri pensieri (...) Che egli sia capace di riflessione sui suoi propri pensieri significa che l'uomo è un essere costituzionalmente filosofante. In altre parole, egli non ha semplicemente pensieri (come si hanno mani per afferrare), ma si confronta con essi. Lo fa però solo di rado senza motivo, poiché questo "secondo pensare", come lo vorrei chiamare, è decisamente scomodo. (...) Tra tali occasioni e motivi vorrei annoverare, per esempio, l'esperienza di girare in qualche modo in tondo, di muoversi in un certo senso sul posto con le proprie opinioni e i propri giudizi, di non riuscire a procedere con il pensare abituale e familiare o di rimanere bloccati nei problemi che né si risolvono né si eliminano. È sempre più frequente oggi il caso che il pensare ovvio e abituale venga vissuto come non vitale e schematico, insomma noioso, e di sentire che esso non ci permette più esperienze nuove e reali, che in modo particolarmente negativo esso è terminato, conchiuso, immobile, che è divenuto routine e perciò insensibile; che è certo, cioè, collaudato e abile, ma incapace di arricchire la nostra vita. (La consulenza filosofica, p. 76 s.)

 

* Non si tratta ovviamente di una mia scoperta: lo spiega da par suo Pierre Hadot, nel già citato Esercizi spirituali e filosofia antica (1987), e, dopo di lui, tra gli altri Martha Nussbaum in Terapia del desiderio. Teoria e pratica nell'età ellenistica (1994, tr.it. 2004) e in L'intelligenza delle emozioni (2001, tr.it. 2004); in Italia si sono occupati del problema, in questa chiave: Nave, Bisollo, Filosofia del benessere. La cura dei pensieri e delle emozioni (Mimesis 2010).

Bibliografia minima: Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica (Feltrinelli 2005); Miccione, La consulenza filosofica (Xenia 2007); Pollastri, Consulente filosofico cercasi (Apogeo 2007); Achenbach, La consulenza filosofica (Feltrinelli 2009); Contesini e Zamarchi, Sensibilità filosofica (Apogeo 2009).

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